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» Enzo Boddi (mar. 2005)-*DISCO IN PRIMO PIANO* ||

Cremonese, classe 1958, il pianista Giancarlo Tossani rivela con questo album (perfettamente consono alla linea artistica della Auand) una visione compositiva di ampio respiro ed un approccio esecutivo rigoroso.
Nume tutelare ed essenza spirituale dell'incisione risulta Ornette Coleman, e non solo per la ripresa della composizione che intitola il disco. Colemaniano e' lo spirito che lo pervade, segnatamente per il latente (ma pregnante) senso del blues, per la concezione melodica scarna ed aspra, per la continua ricerca di un equilibrio tra superstrato afroamericano e substrato europeo. Tutte caratteristiche, queste, gia' lampanti nell'iniziale Faites votre remix.
A questo aggiungiamo un altro elementare fattore. Nel pianismo di Tossani si rilevano tratti stilistici senz'altro riconducibili alla poetica di Paul Bley, il pianista piu' vicino a Coleman per trascorsi artistici, pensiero armonico e sensibilita' estetica. Dunque, predilezione per temi geometrici, dalla logica stringente; poderose figure ritmiche disegnate dalla mano sinistra; fraseggi obliqui di matrice sassofonistica.
Muovendosi secondo queste coordinate, Tossani trova in Tito Mangialajo Rantzer e Cristiano Calcagnile una ritmica propositiva e prolifica di idee, pronta ad inserirsi nei percorsi articolati delle composizioni. Achille Succi si dimostra un interlocutore ideale, come titolare al sax alto di un linguaggio maturo e consapevole, e di un fraseggio pulito, incisivo, che penetra nell'architettura dei brani con precisione chirurgica ed effetti beneficamente devastanti. Succi si esprime poi con padronanza ed originalita' assolute al clarinetto basso, sintetizzando la lezione di Eric Dolphy, il piglio ritmico di David Murray ed i tratti cameristici di Anthony Braxton.
La musica di Tossani ne trae giovamento anche negli episodi di impronta piu' marcatamente europea, come nella rielaborazione di spunti bachiani di Give Me a Face, Give Me a Voice. Rielaborazione e' forse un termine improprio e fuorviante. Infatti, il brano non ha niente a che vedere con le riletture di Bach fornite in passato da John Lewis, Jacques Loussier e Swingle Singers. Semmai, e' un valido esempio di come si possa adattare al linguaggio di derivazione jazzistica (rendendolo
pressoche' irriconoscibile nel contesto) il pensiero avanzatissimo del maestro di Eisenach.

Postato da Giancarlo il 08 agosto 2005

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